Il nucleare dell'alimentazione

Dunque riavremo le centrali nucleari. Possiamo star certi che accadrà, perché questo è un governo che mantiene le promesse; quanto meno un certo tipo di promesse. Gli ecologisti ne sono indignati e io fra essi. Ricordo che nel 1991 mi feci 2000 Km in treno per andare a mettere il mio sì sulla scheda del referendum e in tutti questi anni mi sono ben guardato dal cambiare idea. Si può immaginare cosa io pensi oggi nel vedere che qualcuno attribuisce a quella mia scelta il valore di un foglio di carta igienica usata.

C’è tuttavia qualcos’altro che già abbiamo, che non abbiamo mai cessato di avere senza che nessun ecologista se ne sia mai indignato: l’industria zootecnica.


Potremmo dire che essa sta all’alimentazione come il nucleare sta all’energia se non fosse che la zootecnia riesce a far peggio dell’energia nucleare, tanto che se mi dessero in mano una immaginaria bacchetta magica monouso e mi dicessero: «puoi con essa far sparire dalla Terra gli allevamenti oppure le centrali nucleari. Cosa scegli?», non avrei dubbi: mi terrei le centrali nucleari e farei sparire gli allevamenti, intensivi o biologici che siano.

Che strana scelta, vero? Neanche un po’ invece, se si pensa a quanto di impronta ecologica in generale ed effetto serra in particolare essi rappresentano. Perché di una centrale nucleare, finchè tutto va bene, possiamo perfino non accorgercene: non emette fumi, non inquina, non contribuisce all’effetto serra. Che fastidio dà? Perfino i depositi di scorie radioattive, finchè tutto va bene, possiamo considerarli innocui: le scorie sono ben schermate e l’emissione di radiazioni è pressoché nulla. Finchè tutto va bene dunque l’energia nucleare è davvero pulita. Costicchia a dire il vero, ma per il resto potremmo anche dar ragione a Scajola. L’imbarazzante inconveniente è che sulla Terra il “tutto va bene” sempre e ovunque non esiste. Prima o poi qualcosa va un po’ meno bene del necessario. E nel caso del nucleare il rapporto causa-effetto è spropositato. E allora ecco scatenarsi la catastrofe.

Nel caso degli allevamenti questo discorso (semi)tranquillizzante non vale. Non abbiamo bisogno di aspettare che qualcosa vada meno bene del solito perché si scateni la catastrofe. Anzi, più tutto va bene, e gli allevamenti funzionano a pieno regime, più la devastazione giganteggia. E l’industria zootecnica è ormai una devastazione planetaria. Anzi, un insieme di devastazioni. E lo è irrimediabilmente, per sua propria natura, in qualunque forma venga praticata. Come non esiste l’energia nucleare sicura non esiste la zootecnia sostenibile.

L’allevamento è infatti la forma di approvvigionamento alimentare più fagocitante in termini di risorse e più pesante in termini di conseguenze sull’ambiente; la sua pratica è antitetica a qualsiasi forma di agricoltura sostenibile. Di recente una mia amica reduce da un corso di permacoltura mi scrisse che il corso era tenuto da un «permacultore, che però vive dell'allevamento di suini di cinta senese sul Monte Amiata che gli ha lasciato il padre, infatti ha dichiarato che nell'allevamento è difficile l'applicazione della permacultura, però nel resto della sua tenuta la applica».

L’insostenibilità ambientale dell’industria zootecnica è del resto un fatto vero da sempre, anche risalendo indietro fino ai tempi in cui essa si chiamava cultura pastorale e l’industria era ancora oltre ogni orizzonte. Prendiamo ad esempio un qualsiasi libro sulla cultura contadina. Vi troveremo frasi come: «Invidiate erano le famiglie che allevavano il maiale, ma non erano molte, perché, pur ingrassandolo con ogni genere di rimasugli di cibo, assorbiva parecchio», oppure: «Non mancava infine l’allevamento di conigli, ma era raro, perché richiedeva molta erba, contesa alle mucche» (1).

Il più grande genocidio della storia umana, quello dei popoli nativi americani, fu provocato non dalla brama di oro ma dalla volontà di impadronirsi dei vastissimi territori del “nuovo” continente i quali aprivano nuove, lucrosissime prospettive alla zootecnia che aveva ormai saturato gli striminziti territori della “piccola” Europa. Erano ben pochi gli avventurieri come Cortez che invasero le Americhe a caccia di oro; la maggior parte di essi vi andarono a caccia di terre. Si narra che lo stesso Cortez, al suo arrivo, si sentì domandare, come tutti, quanta terra volesse e dove.

E’ famosa la corsa all’oro del Klondike, e non solo perché ne parla sempre zio Paperone; molto meno nota, ma più importante, è la corsa alla terra: uno degli episodi più sordidi della cosiddetta “epopea” del west, che vide orde abbrutite e rapaci avventarsi su quelle che fino a poco tempo prima erano state le praterie dei pellerossa, e arraffarne il più possibile per farne una sola cosa: pascoli, pascoli, pascoli. E’ noto lo sterminio dei bisonti e si dice che esso fu perpetrato per togliere ai pellerossa una risorsa fondamentale. Ma questo fu solo un gradito effetto collaterale. Uno dei motivi principali fu che bisognava fare spazio alle più redditizie mandrie di bovini cui i bisonti contendevano la terra.

L’invasione e la devastazione del continente americano fu solo una delle ultime tappe di quel processo storico plurimillenario che è l’espansione di ciò che Jeremy Rifkin chiama la “cultura della bistecca”, la
nostra cultura. Tutto cominciò nel tardo neolitico quando l’Europa conobbe l’invasione dei Kurgan, quei popoli di stirpe indoeuropea di cui abbiamo sentito parlare a scuola senza però immaginare che quelle invasioni non sono un episodio remoto e concluso ma un evento di lunga durata andato avanti per millenni e giunto al massimo grado di perfezione nel XX secolo con la globalizzazione.

Erano popoli dediti all’allevamento e pertanto nomadi e aggressivi. Ma perché “pertanto”? Due secoli di Arcadia ci hanno dato un’immagine della cultura pastorale che non potrebbe essere più lontana dalla realtà. Non c’è nulla di pacifico e mansueto in essa ma l’esatto opposto. Perchè una cultura basata sull’allevamento implica l’aggressività, e non solo perché questa è una pratica intrinsecamente cruenta. La implica anche perché essa richiede enormi estensioni di territorio, che vanno sottratte con la forza agli altri popoli. Così come è vero che quasi tutte le guerre dell’ultimo secolo si sono combattute per il possesso delle fonti fossili di energia, è anche vero che molte delle guerre di tutti i secoli precedenti si sono combattute per il possesso della terra.

E che l’allevamento ne è stato fra i principali moventi. L’agricoltore non ha bisogno di cercare continuamente nuove terre: egli sa come coltivare in modo da mantenere la fertilità del suolo; l’allevatore deve invece farlo perché il pascolo è uno degli usi più sfruttanti del terreno. Ecco dunque perché i Kurgan erano nomadi, ed ecco perché erano aggressivi. L’esercizio dell’aggressività implica inoltre una cultura del dominio e dunque della gerarchia. E i Kurgan erano portatori di una cultura di tal genere, una cultura che hanno mantenuto nel tempo, millennio dopo millennio, fino a oggi. Perché i Kurgan esistono ancora: siamo noi.

Torniamo dunque all’oggi: se per le grandi foreste primarie dell’America del sud, dell’Asia e dell’Africa siamo ancora nella condizione di dovercene preoccupare consideriamoci fortunati: per le foreste primarie dell’Europa non possiamo più nemmeno esserne preoccupati perché semplicemente non esistono più. Nell’età del bronzo la pianura padana era un’unica, immensa foresta. Oggi non ne resta nulla. E al suo posto, come chiunque la percorra in treno o in automobile può constatare, non c’è quasi altro che enormi distese di monocolture, e fra esse tanto, tanto mais. Ci si è mai chiesti a cosa serve? Non certo a fare i pop corn, e in fondo nemmeno la polenta. La maggior parte di quel mais è destinato agli allevamenti.

Né sono da ritenere migliori quegli esercenti che vantano la provenienza locale della carne che essi smerciano. Di recente è stato dimostrato che solo il 4% delle emissioni di gas serra dovute alla produzione di alimenti è causato dal trasporto finale; tutto il resto è causato dalla produzione in quanto tale e dal trasporto delle materie prime. E nel caso della carne abbiamo visto cosa la sua produzione significhi. La carne sarà pure “locale”, ma le ingenti quantità di mangimi necessarie agli allevamenti “locali” da dove vengono? E ammesso che siano anch’essi “locali” ciò significa solamente che i nostri allevatori hanno avuto la “correttezza” di devastare casa nostra anziché casa altrui.

Non esiste dunque la carne “genuina”. Ovunque e comunque sia prodotta essa implica rapina del territorio, degrado dell’ambiente in tutte le sue forme, massiccio contributo al riscaldamento globale, sottrazione di ingenti risorse alimentari alle popolazioni del terzo mondo; e implica infine una visione antropocentrica del mondo e, più in generale, un modello culturale che giustifichi tutto ciò e altro ancora. Una manciata di centrali nucleari, in confronto, è davvero ben poca cosa.

Note
(1) Pietro Pensa,
Noi gente del Lario, natura, storia, tradizioni, Casa Editrice Pietro Cairoli, Como, 1981, p. 227-28.

Bibliografia
J. Rifkin,
Ecocidio, Mondatori, Milano, 2001
AA.VV.,
Livestock’s long shadow, FAO, 2006.
M. Tettamanti, R. Ravasso,
Ecologia della nutrizione, AgireOra Edizioni, Torino, 2005.

Filippo Schillaci

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