L’altro abitare: un condominio solidale a Fidenza

Una città che conosco bene: Messina. Una strada che conosco bene: la via Bellinzona. Un condominio che conosco bene: l’isolato 505A. E una storia che conosco bene: la sua. Provate a girarci intorno: vi sembrerà una catapecchia in rovina. L’intonaco cade a pezzi, la pittura è sbiadita e scrostata, i cornicioni sono sbrindellati. Entrate nel cortile: la pavimentazione è piena di crepe, molti dei portoni sono rotti. Entrate in uno di essi: ciò che avete visto fuori si ripete identicamente all’interno. Entrate ora in un appartamento. Cosa vi aspettate a questo punto? Lo stesso desolato spettacolo di incuria, fatiscenza, disfacimento. E invece no: vi ritrovate in un appartamento perfettamente ristrutturato, pulito, luccicante, curato nei minimi dettagli.

Entrate in un altro portone, tappatevi il naso per la puzza di miscela che emana dai motorini parcheggiati all’interno alla faccia del regolamento condominiale, entrate in un altro appartamento: anch’esso perfetto, ancor meglio del precedente. E così via. Questo è l’isolato 505A di Messina, dove da quarant’anni i condomini non riescono a mettersi d’accordo su niente mentre tutto ciò che è proprietà comune va lentamente in rovina. Questo è l’isolato 505A di Messina, dove da quarant’anni ciascuno cura il “suo” e ignora il “nostro”. Una sera vidi uno dei condomini manomettere un cancello. Il giorno dopo lo dissi a una giovane donna che vidi uscire da uno dei portoni: indifferenza assoluta. Lo dissi a un altro condomino offrendomi di testimoniare se avessero fatto una denuncia: stessa reazione. Spiegazione del (non) insolito fenomeno: quel cancello era del condominio, cioè di nessuno. Non li riguardava. Interessarsene significava mettere mano a un concetto che in quel regno del “mio” è sconosciuto: il bene comune.

Pensavo a questo lontano luogo la sera del 18 dicembre 2010 guidando sull’autostrada mentre tornavo da Fidenza dove avevo appena incontrato Luca Rigoni e altri tre membri del gruppo Ecosol che stanno avviando un’esperienza di cohousing tutta all’insegna dell’idea di bene comune.
E non c’entrano il nord e il sud, non sono due latitudini che confronto ma due modelli di società. L’isolato 505A non è un esempio di degenerazione sociale all’interno di una società sana, tutt’altro. E’ una punta avanzata di quel modello sociale che ha fatto della disgregazione della comunità locale uno dei suoi punti fermi, dell’idea di cooperare per il bene comune una baggianata, della solidarietà un’impensabile favoletta. E’ un luogo in cui l’ideale dell’isolamento individuale nel proprio ottuso, egoistico, disastroso “mio” ha raggiunto un esemplare livello di perfezione. Tanto perfetto che sono le stesse vittime a reggere l’arma del boia. E’ un modello inebriante per chiunque sia un fautore di questo mondo.

Ma torniamo a Fidenza dove qualcuno sta cercando di scrivere un’altra storia. Il sole è da poco tramontato quando ci arrivo. Suono al citofono di un austero palazzone del centro storico, entro in uno studio ampio e ordinato, mi presento a una segretaria efficiente che mi introduce al cospetto dell’architetto Luca Rigoni. Fin qui tutto “normale”. Il diverso viene dopo.
Siamo in cinque attorno al tavolo: io, Luca e altri tre membri del gruppo Ecosol: Fulvia, Fabio e Lucio. Tiro fuori il registratore e cominciamo. E’ Fulvia a raccontare l’inizio della vicenda.

Fulvia - La storia parte da lontano. Il nucleo iniziale che ha formulato l’idea è costituito da 4-5 famiglie che da molti anni cercavano una soluzione per poter abitare vicine. Non siamo riusciti a trovare qualcosa che permettesse la realizzazione del progetto senza allontanarci dal nostro territorio e allora c’è stata l’idea di allargare il giro, contattare altre persone, amici che condividono con noi certe scelte: di impegno sull’ambiente, nei GAS eccetera e chiedere di condividere con noi una progettualità possibile costruendo una casa insieme, con possibilità di vita autonoma delle famiglie ma anche con degli spazi comuni. Alla fine costruiremo questa casa di 14 appartamenti di cui 12 di famiglie che ci abiteranno e due con altra destinazione. Uno sarà un appartamento sociale, un altro sarà la sede di un’azienda, cui partecipa anche Luca, che ci sta facendo la progettazione energetica.
Ovviamente le famiglie hanno molte cose in comune già a livello di precedenti percorsi. Quasi tutti noi ad esempio siamo all’interno di un movimento politico locale che ha espresso un assessore. Quindi si tratta di persone con una grossa base di fiducia reciproca nata da precedenti storie che si sono intrecciate.

Luca – Storie però anche eterogenee, sia come età che come ambiente di formazione.

Fabio – C’è anche come punto in comune un approccio alle relazioni interpersonali. E’ difficile trovare sostanzialmente persone che sono capaci di ascoltare, con un’attenzione all’altro, che in qualche modo mettono l’altro al proprio pari come idee e nei processi decisionali. Non è poi così scontato.

Luca – E ci si sta ancora lavorando su. Perché poi di fatto c’è stato un cammino, un percorso relazionale fra i componenti del gruppo, che si è stabilizzato direi da due anni. Finché non c’è stato un oggetto preciso il discorso partecipativo era molto più frastagliato.

Lucio – C’è stato anche un lavoro preliminare per capire che cosa i singoli e le famiglie volevano da questo edificio da costruire insieme: definire gli spazi individuali e quelli che avremmo voluto condividere con gli altri. Ci sono stati dei questionari, dei momenti di riflessione comune. C’erano delle assemblee generali, con tutte le famiglie, in cui si prendevano degli input: lo vorremmo così, con questo tipo di cose comuni, di spazi, con questi accorgimenti energetici, fino alle piccole cose, anche a livello estetico. E poi ci si è divisi in “comitati” (chiamiamoli così): il comitato che andava a vedere quali possibilità finanziarie potevano esserci, di finanziamento pubblico oppure con banche (un conto è andare da soli in una banca, un conto è andarci in 7 o 8). Insomma, cercare insieme tutte quelle strade che ci potessero in qualche modo agevolare durante il percorso. Nei processi decisionali non ci sono mai state controversie particolari. Tutto si è sempre risolto senza discussioni, con la messa in comune delle cose. C’è a questo proposito il gruppo processi che si occupa delle relazioni interne, di cercar di creare momenti di benessere comune, al di là delle riunioni. Se ci sono delle questioni, prenderle in mano e sviscerarle tutti insieme per cercare di raggiungere una decisione condivisa. Questo è il metodo del consenso. C’è stata poi la necessità di creare un gruppo ad hoc per la gestione dell’appartamento sociale.

Io – Qual è il suo scopo?

Fulvia – Ospitare persone o gruppi familiari che abbiano bisogno di un momento di appoggio per un tempo determinato per poi andare verso un’abitazione autonoma. Penso ad esempio a persone con disabilità, persone che escono da comunità o famiglie monogenitoriali con bambini, anche stranieri. Adesso stiamo aiutando una signora africana che ha un bambino ed è da sola.

Fabio – La combinazione che ha funzionato è stata quella di avere fra noi tutta una serie di competenze e abilità. Alcuni si occupano del sociale, anche dal punto di vista psichiatrico, per cui hanno una conoscenza e contatti con chi potrà poi introdurre dei soggetti a valore sociale. Luca è il progettista, e verrà ad abitare lì. Fa parte di Sistema Energia che progetterà il sistema energetico dell’edificio. Io ho una certa competenza in relazioni interpersonali, dinamiche di gruppo e gestione dei conflitti. E anche fra gli altri ci sono varie competenze che agevolano il nostro percorso.

Luca – Un percorso, secondo me, in cui ci si è anche scoperti. Non è che si è partiti mettendo insieme queste competenze. Chi c’era ha messo sul tavolo quello che era in grado di fare. Poi un’altra cosa che mi viene spesso da dire è che siamo partiti - alcuni di noi soprattutto - pensando di migliorare la propria condizione abitativa e oggi sempre di più invece si parla di relazioni tra di noi. Su questo, almeno dal punto di vista mio, tecnico, ho visto un cambiamento molto forte. Prima le indicazioni erano su quante stanze, su quanti metri, su che tipo di casa volevamo. Questo in parte è stato superato, in parte si è proprio evoluto nel comprendere tutti quanti – mi metto dentro anch’io –che l’abitare comporta una serie di relazioni molto profonde. E la fortuna sta nel fatto di potere in qualche modo analizzare e poter organizzare prima. Questo ci ha consentito di fare una serie di scelte – che poi si traducono anche in strutture – che normalmente il mercato non consente mai di fare, e qui parlo anche come progettista: quasi mai mi è consentito di proporre o entrare in certi aspetti perché il mercato ha delle regole blindate per cui lì c’è tutto un altro tipo di logica. L’altra cosa secondo me importante è che in questo contesto è maturato molto chiaramente, per i motivi detti prima, il concetto di sostenibilità declinato non solo dal punto di vista ambientale. All’inizio la prima sostenibilità che è venuta in mente a tutti era quella: facciamo un edificio che sia ambientalmente il più rispettoso possibile. Poi questo si è allargato come dicevamo prima all’aspetto sociale sia all’interno del gruppo che verso l’esterno, verso il territorio; e infine a quello economico.

Io – Ecco, a questo proposito nel materiale che mi hai inviato c’è quel diagramma che a me è piaciuto molto con quei tre cerchi che si intersecano.

Luca – Sì, non è tutta farina del mio sacco, eh? E’ chiaro che solo nella porzione in cui si intersecano tutti e tre i cerchi riusciamo ad avere un po’ di sostenibilità seria. Poi, per essere molto chiari, questo percorso ritengo che sia sempre un percorso di compromesso, proprio perché se no si sbilancia questo triplice appoggio. In questo senso nessuno di noi ha mai radicalizzato eccessivamente. Io adesso, ad esempio, sto guardando tutta una serie di materiali “top di gamma” dal punto di vista bioedile. Sappiamo già tutti che se l’aspetto economico non lo consentirà dovremo fare dei compromessi e nessuno si straccerà le vesti nel senso che l’importante è l’assestamento generale. Se no uno va automaticamente a limitare o a non rendere possibili gli altri. L’altro enorme compromesso è il fatto che andremo a intervenire in un’area di nuova espansione. Questo è ciò che forse brucia di più a tutti, però non abbiamo trovato alternative. Ed è stato, anche questo, il frutto di una ricerca che non ha avuto successo, però piuttosto che non far niente abbiamo detto: andiamo avanti. Sappiamo che è un grosso…

Fulvia – Neo!

Luca – Un grosso neo, sì. Non tanto il fatto che sia una nuova costruzione quanto che sia una nuova area. Fosse stata un’area interna da riprendere sarei stato molto più tranquillo. Il fatto è che il mercato locale qui non aveva disponibilità. Noi abbiamo bussato a più porte e non avendo terreni nostri abbiamo preso quello che era possibile.

Tornando a noi, il discorso del condominio dunque è diventato un discorso di relazioni e di condivisioni non solo nelle parti comuni ma anche nei servizi comuni, servizi anche materiali come la gestione dell’energia che sarà fatta collettivamente, come pure la dispensa perché tutti apparteniamo ai gruppi di acquisto e dunque tanto vale mettere tutto insieme. Poi accompagnare i bambini che andranno a scuola o seguire gli anziani.

Fulvia – Una delle famiglie ha una figlia con una disabilità. E’ una nostra amica che punta moltissimo sul fatto che questo insediamento le permetta in qualche modo di vivere da sola con la figlia avendo nel contempo anche un minimo di libertà di movimento in più perché per me e tanti altri scendere mezz’ora a stare insieme alla ragazza non è un problema

Io – La parola cohousing cosa vuol dire e a che punto del vostro percorso è entrata nel progetto?

Luca – Noi abbiamo incontrato la parola cohousing dopo, nel senso che il gruppo si era già formato, non aveva ancora individuato il lotto, stava ragionando su queste cose e ha visto delle affinità nella parola cohousing. E’ scattata innanzi tutto la curiosità di conoscenza: di vedere e confrontare altre esperienze. Direi però che immediatamente è scattata anche la differenziazione, nel senso che cohousing oggi mi sembra una parola ormai generica, perché abbiam visto che dentro ci sta di tutto, fino alle joint venture di alcune imprese milanesi in forma radical chic che presentano offerte con piscina e simili cose. Non so se l’hai visto, c’è un trafiletto nell’ultimo Venerdì di Repubblica che parlava dei gruppi di acquisto, dei distretti di economia solidale e anche del cohousing definendoli elitari e chic, allora ci siamo domandati se per caso noi siamo tipi chic.

Fulvia – Sono poi critiche molto sciocche nel senso che è diverso dire elitario e dire di minoranza. Che sia di minoranza non c’è dubbio ma dire elitario è tutta un’altra cosa.

Luca – E aggiungerci chic secondo me è un’altra cosa ancora. Non ci han messo radical se non altro. E poi c’è tutta l’esperienza nordeuropea che nasce però in un contesto sociale ed economico-sociale diverso dal nostro, dove c’è spesso l’intervento pubblico e il cohousing è legato a grossi agglomerati urbani con grossi interventi di quartiere. Noi abbiamo una versione molto più artigianale, più autocostruita dal basso, anche se – così mi sembra dai confronti avuti – molto più a 360 gradi, più integrale.

Fulvia – In tutto ciò non è trascurabile il fatto che il costo finale è basso per una casa oltre tutto con un’ampia autosufficienza energetica. Costerà 2000 euro a mq, prezzo assolutamente irraggiungibile in altre situazioni.

Luca – Forse la denominazione che più ci rappresenta è condominio solidale. Ci piace di più come concetto, perché solidale col territorio, tra di noi: spicca più l’aspetto relazionale.

Lucio – Io non so se il cohousing diventerà un businnes, una moda o quant’altro ma, per quanto riguarda il nostro, è nato da un bisogno concreto, reale, dal basso di persone che si sono incontrate, però crescendo e riflettendo. E’ nato anche attraverso persone che hanno come logica, come idea quella di una politica che parte dal basso, cioè non un “tu hai bisogno di questo” che viene calato dall’alto ma un interrogarsi: “noi di cosa abbiam bisogno?” Similmente allo spirito iniziale dei GAS: noi vogliamo un prodotto buono che non costi un’esagerazione, che garantisca sia il produttore che chi lavora per il produttore e noi di un giusto rapporto qualità/prezzo. Siamo noi che ce lo andiamo a cercare. Andiamo dal fornitore, facciamo un patto con lui, andiamo dal contadino, facciamo un patto con lui, ecc.

Luca – Facciamo anche un patto tra di noi da un certo punto di vista.

Fabio – Certo: un gruppo di persone che si guardano in faccia e condividono questo obiettivo. E lo stesso è stato con la casa. Perché cosa vuol dire abitare in un palazzo anche completamente autonomo? Non vuol dire niente se non parti dalle relazioni con le persone. E’ così che l’abitare diventa una scelta che ha dei contenuti dentro. Una scelta di… di vita, se vuoi.

Luca – Io credo che il nostro massimo comun denominatore sia questo discorso del patto fra noi inteso come: “insieme è più facile raggiungere dei risultati che non da soli”. Credo che alla fine sia questo che ci accomuna: l’aver tutti quest’ottica. Ovvero, se insieme condividiamo delle capacità, delle relazioni, dei denari e tutto quanto, alla fine riusciamo a star meglio tutti. Dunque il concetto di bene comune, che va a toccare in questo caso una sfera abbastanza intima come quella della casa. E’ un patto innanzitutto di fiducia, che provoca secondo me ulteriori patti di fiducia.
Per esempio il primo patto di fiducia, in senso cronologico, che abbiamo avuto è stato quando con questo “pacchettino” che avevamo nella testa si è trattato di fare il passo concreto. Allora abbiamo vagliato alcuni operatori locali e una cooperativa ha avuto la disponibilità a intraprendere questo cammino con noi. Ci hanno sbloccati su un problema che con altre realtà non so come avremmo potuto risolvere. Ovvero, come faccio io a sapere quanto costa realmente un edificio così particolare se non ho un progetto? E come faccio a progettare finché non ho un lotto presente, finché non ho le caratteristiche e tutto quanto? Ma non ho le persone che aderiscono al progetto finché non ho i costi, per cui il problema si mordeva la coda. La cooperativa ha detto: «io ho fiducia in voi. Secondo me voi siete persone che in un modo o nell’altro in questa faccenda ci vogliono giocare e allora io pago il progetto; se va a buon fine rientra tutto, se non va allora questo progetto lo ricicliamo». Quindi ha disinnescato un problema circolare che rendeva difficile partire.

Una volta incontrata la cooperativa con questa disponibilità ci sono state offerte due o tre alternative sui lotti, abbiamo scelto abbastanza rapidamente e poi siamo entrati nella fase operativa. Avevamo alle spalle il gruppo più o meno formato, che a questo punto si è proprio definito nella lista delle persone, perché di fronte al luogo tutti han detto sì o no a ragion veduta. Si sono potute formulare le richieste in maniera molto precisa e abbiamo cominciato a lavorare sugli spazi concreti, sulla disposizione eccetera. E’ stato a questo punto che abbiamo fatto alcune scelte che in un condominio da mercato non si fanno mai. Una per esempio è stata quella della tipologia edilizia a ballatoio, per risparmiare vani scala e per poter avere più flessibilità nel rispondere alle esigenze dei singoli. Perché io a questo punto avevo tanti appartamenti tutti diversi e assemblarli non era semplice.

Lucio – Dai 60 ai 130 mq.

Luca – Sì, e poi tutti diversi tra loro. E allora l’idea di fare il ballatoio ha consentito di metterli insieme. Se io oggi proponessi a un imprenditore il ballatoio, mi guarderebbe stralunato: perchè c’è poca introspezione, per mille cose strane. Poi salterebbe fuori il problema della sicurezza.

Io – Cos’è l’introspezione?

Luca – La privacy. Se il ballatoio è comune chi transita passa davanti alle finestre degli altri.

Io – Questa è invece una cosa che voi volete.

Luca – Noi la vogliamo. L’interazione per noi è positiva. Certo non dev’essere invasiva. Però tutti abbiam detto: se questo è il problema! Anzi, secondo noi è virtuoso il fatto di poter passare e salutare l’altro e vedere se ha bisogno. Questa per esempio è una cosa che a me come progettista abituato a fare dell’altro ha colpito.

Un’altra scelta fatta dall’assemblea è stata quella di non avere le autorimesse ma uno spazio separato che consente al traffico meccanizzato di non interferire mai con quello pedonale all’interno del lotto e fa sì che tutto intorno a casa ci sia il verde. Quando invece noi facciamo le autorimesse sotto obblighiamo tutto intorno ad asfaltare per potervi accedere. In questo modo limitiamo invece la pavimentazione a un’area più modesta e all’aperto, con delle pergole. L’auto avrà così qualcosa sopra la testa giusto per proteggerla però nel contempo tutti abbiam detto che sotto gli appartamenti preferivamo dei depositi, dei laboratori che normalmente un condominio normale non dà perché dà l’autorimessa e al più una cantinola che magari è un metro per un metro.

Fulvia – L’appartamento al pianterreno, quello della nostra amica con la figlia con l’handicap è l’unico con la stradina che giunge vicino alla casa, per una sua specifica richiesta in modo da avere tutto sott’occhio mentre porta le borse dall’auto alla casa

Luca – Diciamo che a grandi linee tutte quelle che erano le esigenze dei singoli nuclei familiari, che ognuno aveva espresso nel questionario iniziale, più o meno sono state rispettate. E poi anche gli spazi comuni e i servizi comuni sono stati approvati all’unanimità.

Fabio – Abbiamo fatto un’assemblea dedicata a questo.

Io – Quali sono gli spazi comuni?

Luca – Si tratta di un grosso salone, a proposito del quale avremo un incontro col sindaco.

Fulvia – Perché ci vogliono far pagare gli oneri come se fosse un appartamento abitato. O meglio, non è che voglia lui; l’ufficio tecnico segnala che non c’è una normativa specifica e quindi a regola il tecnico dice: voi dovreste pagare gli oneri. O li pagate o facciamo prendere una decisione di tipo politico. Ben venga, e quindi andremo a proporre la questione.

Io – Parliamo di com’è fatto questo spazio.

Fulvia – E’ uno spazio pluriuso di poco meno di 100 mq: può fare da soggiorno, da incontro, sala da pranzo eccetera. Avrà in dotazione un servizio igienico e una cucina utilizzabile liberamente. Al contrario degli spazi interni che sono garantiti per la piena autonomia degli alloggi, è uno spazio da usare quando si vuole condividere oppure anche quando si ha bisogno. Ad esempio la festa di compleanno dei ragazzini: non la fai in casa dove non c’è spazio ma la fai giù. E’ oltre tutto in forte connessione con lo spazio verde dietro. Un’altra delle cose che abbiamo detto è che lo si può utilizzare per mangiare insieme una volta a settimana con una delle famiglie che si occupa della cucina a rotazione.

Luca – Cosa che noi, in quattro o cinque famiglie, facciamo già da tanti anni.
Inoltre, così come un certo grado di relazione viene cercato fra gli appartamenti, il massimo della relazione è stato cercato fra lo spazio comune e l’ingresso per cui una delle scelte fatte è che chiunque passa per la scala, attraverso la vetrata sia “obbligato” a vedere attraverso la vetrata cosa succede nello spazio comune.

Con qualche accorgimento di arredi mobili poi questo spazio potrebbe essere utilizzato anche come foresteria se c’è qualche ospite. E’ stato pensato come spazio flessibile per un’ampia tipologia di utilizzi. Poi ci sarà la dispensa appunto per il discorso dei gruppi di acquisto e una zona operativa a gestione comune. Dal punto di vista informatico ad esempio ci sarà un server che darà la possibilità di avere servizi come la telefonia a tutti i condomini, poi una cantina e, all’ultimo piano, uno spazio lavanderia comune. Soprattutto alcuni elettrodomestici che ci daranno la possibilità - non l’obbligo - di condividerli. Ovvero, se si vuole acquistare una lavatrice industriale con maggiore efficienza lo si fa in tre o quattro famiglie; si risparmia nell’acquisto, nell’uso e non si ha lo spazio in casa occupato da elettrodomestici individuali. Conviene visto che ciascuno non lo usa di certo tutto il giorno.
Un altro aspetto, abbastanza nuovo, che stiamo affrontando è tecnico ma secondo me con implicazioni che vanno al di là. Noi avremmo la volontà di gestire tutta l’energia come condominiale, cioè vorremmo che l’impianto solare che abbiamo sopra il tetto fosse comune e la normativa vigente questo non lo consente perché io non posso avere più utenze attaccate allo stesso impianto. C’è, ancora una volta, tutta una serie di cose che sono sempre state pensate nella logica tradizionale, vecchia. Norme che probabilmente non sono state fatte per punire comportamenti come i nostri ma per punire gli atti fraudolenti. Se le cose andassero avanti anche con altre esperienze ci sarebbe secondo me da aprire un dibattito anche dal punto di vista normativo.

Io – Diciamo che il legislatore non ha preso in considerazione che potessero venir fuori esperienze di questo genere.

Luca – Ci sta. Secondo me non è una colpa, nel senso che sono novità che si stanno mettendo sul tappeto adesso. Del resto ci sono anche, come abbiamo visto in questi ultimi mesi, esperienze dove la politica, cioè le amministrazioni, si stanno cominciando a muovere. Noi abbiamo visto Vimercate dove il Comune ha pubblicato un bando per la messa in vendita di un lotto a prezzi calmierati vincolandolo alla realizzazione di un cohousing.

Oppure si parlava, giù a Firenze [1] , di alcune norme regionali che comprendessero appunto queste nuove realtà, soprattutto nell’housing sociale, perché in alcune situazioni questo tipo di aggregazione lo si vede come molto migliorativo dal punto di vista della gestione dei rapporti interni dei condomini e quindi delle manutenzioni e della vita degli edifici. Probabilmente qualcosa di nuovo sotto il sole si comincia a vedere, guarda caso nel momento in cui la crisi dell’edilizia tradizionale, cioè quella speculativa, comincia ad affiorare. E si torna invece al tema dell’abitare. Perché qui il tema è come si abita, non come si vendono case o come si investono i propri soldi per speculare, che è invece il tema più frequentemente preponderante anche in fase progettuale e in quella del pensiero d’uso del territorio.

Io – Parliamo ancora degli spazi comuni. Gli spazi esterni come sono suddivisi?

Luca – Negli spazi esterni si è cercato come dicevo prima di tenere il verde come percentuale più alta possibile. Questo si lega alla fruibilità di questi spazi e al problema ambientale della permeabilità dei suoli. Qui riusciamo a ottenere una permeabilità molto alta, tra il 50 e il 70%. Quindi non si fa defluire l’acqua piovana ma si torna a distribuire in falda come è nel ciclo naturale. Lo spazio scoperto noi siamo riusciti ad aumentarlo il più possibile nel senso che la forma dell’edificio è molto compatta; questo anche per altre ragioni di tipo energetico e di orientamento. La nostra scelta è ricaduta su quel lotto perché a fianco c’è un’area verde che resterà pubblica e una delle cose che si pensava di fare è non creare una barriera eccessiva fra questi due spazi ma in qualche modo far dialogare l’edificio con quest’area pubblica e l’area pubblica con l’edificio.

Fulvia – Si è anche parlato di orto.

Luca – Sì, anche se va segnalato che lì di fianco, a cento metri, il comune ha riassegnato gli appezzamenti per gli orti degli anziani, che da noi è una tradizione. Da sempre il comune mette a disposizione degli anziani dei piccoli appezzamenti per fare l’orto. Uno fa richiesta e ha un fazzoletto di terra che coltiva. Io non trascurerei l’ipotesi di prendere contatto con qualcuno di questi anziani che delle volte hanno degli esuberi di produzione incredibili. L’altra possibilità era comunque di poter fare un piccolo orto nel nostro spazio. Sarebbe bello utilizzare anche le terrazze, il ballatoio.

Lucio – Si è parlato anche di autocostruzione.

Luca – Sì, l’autocostruzione è un altro ingrediente che si voleva buttar dentro. Anche se in questo caso sarebbe parziale: penso che realizzare tutto l’edificio non siamo in grado né come tempo né come capacità. Sicuramente l’aspetto statico strutturale, per il tipo di tecnologia scelta, sarà realizzato da un’impresa. Allora si pensava di fare un intervento su alcune lavorazioni, tipo alcune finiture a secco degli appartamenti oppure - e per noi sarebbe simbolicamente molto più bello…

Fulvia - La sala comune.

Luca – Sì. Che fosse realizzata insieme. Su questo siamo in dialogo, più o meno, col Comune perché c’è un’iniziativa della Provincia per finanziare alcune di queste attività, dove però la Provincia ha un’idea un po’ diversa, ovvero costituire realtà dal basso che facciano esclusivamente autocostruzione. Noi stiamo cercando di far passare l’idea che, anche se non è totale, il processo ha lo stesso la sua validità. Si pensava di poter realizzare le finiture degli spazi comuni anche per sentirli nostri, e anche ovviamente per abbattere i costi perché essi incidono sul valore dell’immobile e quindi vengono poi ripartiti di fatto sul suo costo di acquisto.

Luca – L’aspetto sociale è quello che è stato detto. L’aspetto economico consiste sia nel mettere insieme le risorse, i consumi e tutto quanto ma anche, non so se è velleitario, lo scardinare il meccanismo che normalmente viene utilizzato nel settore edile che è quello dove lo scopo è spremere denaro dall’investimento. Qui si voleva riportare il tema nel suo alveo di logica e di buon senso. Quindi anche economico perché tocca i processi economici. Secondo me si potrebbe aprire un discorso, come si fa nell’alimentare, anche di filiera del costruire che è una filiera con un indotto incredibile. Qui si potrebbe parlare di DES, di distretti.

E poi c’è l’aspetto ambientale dove, come si diceva prima, l’attenzione è rivolta alle tecnologie e ai materiali del costruire sano, della bioedilizia. Sull’impatto ambientale, l’obiettivo che ci siamo posti, e che dovrebbe essere raggiungibile, è quello di emissioni zero. Il tutto, ripeto, senza radicalismi. Adesso siamo al punto che abbiamo il progetto che è praticamente approvato, abbiamo il gruppo, abbiamo tutto quanto e stiamo facendo la verifica dei costi. Se saremo sotto tanto meglio, se saremo leggermente sopra andremo a limare sulle eccellenze che ci siamo posti e cercheremo di discutere i compromessi che ci saranno eventualmente da fare. Il tutto dovrebbe comunque vederci partire questa primavera con i lavori, poi, per le tecnologie scelte che sono quasi tutte a secco, nel giro di un anno e qualche mese termineremo. Vediamo quanto saremo bravi anche nel programmare.

Io – Distretto di Economia Solidale: cosa significa?

Fulvia – Il DES è un’idea nata essenzialmente dai gruppi d’acquisto. La partenza che hanno avuto i GAS era molto legata alla qualità del prodotto e anche al prezzo. Da lì si è arrivati poi alle relazioni. Capire che gli intenti sia di chi consuma un prodotto che di chi lo produce possono essere gli stessi ed è dunque possibile aprire un canale di reciproca utilità. Questo ha portato negli anni a rendere secondario il discorso del biologico.

Luca – Del biologico radicale.

Fulvia – Ma non secondario perché non sia importante. E’ importantissimo, però abbiamo accettato a volte di acquistare dei prodotti di persone che molto chiaramente dicevano: «quest’anno sono stato in difficoltà, ho dovuto per forza usare qualcosa, io ve lo dico».

Luca – La trasparenza.

Fulvia - Un rapporto fiduciario in cui le scelte vengono in qualche modo fatte insieme. Da qui c’è stato un salto in avanti, ovvero: proviamo a fare in modo che quello che si produce risponda alle esigenze di chi poi lo consumerà e lo userà. Quindi non è più il mercato che decide cosa io devo mangiare ma sono io che indirizzo il produttore. E all’interno della relazione che si è creata questo si è dimostrato possibile, anzi vincente. Noi abbiamo ad esempio tante volte anticipato dei soldi per l’acquisto di mele a produttori che non ce la facevano a bypassare il problema economico legato alle banche.

Luca – Noi anticipavamo i soldi per le banche e loro ci garantivano un prezzo bloccato, trasparente. Una cosa importante è che in questo modo alcuni nostri interlocutori, che normalmente sono piccoli produttori, hanno potuto continuare a fare il biologico, cosa che prima non avrebbero potuto fare perché avevano come interlocutore la grande distribuzione che li massacrava sui prezzi. E altri si sono convertiti. Quindi si consente anche al produttore piccolo di sopravvivere, e per di più facendo quello che magari sognava di fare ma il mercato convenzionale non gli consentiva.

Fabio – Sto pensando ad esempio a Fabio che adesso fa solo farina biologica vendendola praticamente solo ai gruppi di acquisto. Lui diceva: «se devo vendere la mia farina al mercato normale a 40 centesimi al chilo io la pianto lì. A me costa di più come la faccio io». Invece coi GAS può produrre il suo grano, il farro ecc, ha un prezzo trasparente, lui guadagna il giusto e noi siamo soddisfatti del rapporto qualità/prezzo. L’intermediario non c’è.

Fulvia – Il salto in avanti è avvenuto proprio partendo dal vedere come una relazione fiduciaria era produttiva non solo per sé e per chi produce, ma anche per il territorio in cui entrambe queste realtà esistono. Insieme ad altri GAS, soprattutto lombardi, abbiamo ragionato sulla costruzione di reti di economia solidale basate sul principio che il nostro tipo di economia può essere solidale con l’ambiente, con chi produce e nei nostri confronti, perché di fatto ci facciamo del bene. Abbiamo anche visto che questa logica ha molto in comune con il discorso del commercio equo, con i ragionamenti delle cooperative sociali, con tante realtà. Queste realtà che esistono sul territorio potenzialmente lo trasformano perché in qualche modo si crea un’economia che non risponde ai principi della finanza ma risponde ai principi dei bisogni delle persone e anche al bisogno di vivere ciò che si produce.

Nel nostro caso abbiamo scritto insieme a tanti altri GAS il manifesto delle reti per l’economia solidale e abbiamo visto che uno degli strumenti possibili di organizzazione può essere la costruzione di un distretto di economia solidale esteso a una zona, che può essere per noi la provincia di Parma. Abbiamo cominciato individuando quali erano i produttori potenzialmente interessati a questa relazione, ci siamo divisi in tanti tavoli affrontando i discorsi degli alimentari, degli indumenti, dell’energia. Non si è ancora creato il distretto ma si sono cominciati a intessere questi legami che speriamo poi conducano di fatto – ci condurranno sicuramente – a una rete di interessi comuni. Abbiamo ragionato tanto su chi può entrare nel DES, quale è la griglia che possiamo creare e anche lì il rischio è di diventare estremamente radicali: gente che lavora nel profit ma lavora onestamente tutelando i diritti dei lavoratori e l’ambiente per noi entra.

Luca – Sì, infatti non c’è stata preclusione ad esempio per le società di capitale. E’ chiaro che bisogna stare attenti, però non c’è preclusione.

Fulvia – Anche se quelle che aderiscono di fatto a questo percorso sono tutte piccole realtà.

Lucio – Si può pensare così di entrare anche in campi più grossi come quello dell’energia: delle famiglie di Fidenza non possono imporre al mercato di scegliere come produrre energia elettrica però un maggior numero di famiglie esteso alla provincia di Parma e altre province della Lombardia possono fare un contratto con un fornitore.

Luca – Ripeto: io vedo fortissime analogie col discorso che abbiamo fatto noi con la casa, che è il discorso del patto, del prodotto ma anche delle relazioni che ci stanno sotto, del fatto che coinvolge gli utenti ma anche chi produce questo manufatto. C’è tutto un discorso potenziale molto interessante. Mi verrebbe da dire: ancor più oggi con la crisi in atto.

Fulvia – Tante volte penso che dovremmo raccontare più spesso quello che facciamo noi gruppo di cinque famiglie che abbiamo da tanti anni il conto comune, che è l’unica cosa che non ci ha mai dato problemi. Su tutto il resto abbiamo discusso, su questo mai.

Luca – Ci preoccupava tanto prima di partire …

Io – Cos’è il conto comune?

Fulvia – Abbiamo proprio un conto intestato a un trust, su cui va il nostro stipendio e da lì ognuno prende quello di cui ha bisogno anche se il patto non detto ma di fatto realizzato è che ognuno sta attento a non superare la sua quota.

Luca – O se la supera avvisa gli altri.

Io – E ciò che voi chiamate il vicinato attivo?

Luca – Ad esempio, per noi andare a vivere vicini vuole anche dire che se uno va a fare la spesa la fa per tutti.

Io – E’ già in atto questo tipo di interazione? La praticate già nonostante non viviate tutti insieme?

Luca – Noi cinque famiglie sì, dal 2002. E il trust l’abbiamo formalizzato proprio davanti a un notaio affinché fosse legale. Con gli altri invece c’è una condivisione di percorso. Non ci sono ovviamente uniformità ideologiche o religiose.

Fulvia – Non sono state richieste anche se ovviamente certi berlusconiani o leghisti sono incompatibili.

Luca – Farebbero molta fatica secondo me… noi abbiamo avuto qualche richiesta di persone che io credo c’entrassero come i cavoli a merenda però questo sistema è autoimmune perché uno che non condivide queste cose, che viene per fare del profitto o non so cosa, automaticamente scappa via per cui ci si auto protegge.

Luca - Secondo me la cosa che ha catalizzato di più è stata che fosse garantita la qualità del manufatto e che avesse questo taglio ecologico.

Fabio – Anche le cose su misura, le parti comuni, i costi contenuti…

Luca – Poi però è venuto via via arricchendosi…

Lucio – Abbiamo fatto tutto quel lavoro con le assemblee da cui è venuto fuori che alla fine fra tutte le componenti del progetto quella delle relazioni interne come livello di importanza è il 90%. E tutto il resto è il 10%. E’ stata una scoperta…

Luca – Questo obiettivamente è il limite che può avere un amministratore che fa edilizia popolare nel proporre una cosa del genere. Un gruppo così non lo puoi formulare a tavolino con dei nomi a caso. Una simile esperienza, secondo me, è ripetibile in altri contesti, con altre persone così come l’abbiamo vissuta noi. Ma è difficile che ci sia un intervento dall’alto che lo renda possibile. O nasce spontaneamente e l’amministratore è capace di individuarlo, lo avalla, lo favorisce, non lo ostacola ma che l’amministrazione lo faccia nascere, non lo so…

Fabio – Però ci sono altre esperienze in cui delle famiglie svolgono funzioni di intermediari, cioè di focalizzare il tipo di relazioni. In altre parole in un condominio comune tu vai lì con certe agevolazioni però hai questo compito che è il fondamentale aspetto relazionale. In ogni caso ci vuole una buona disponibilità di base per partire.

Luca – Soprattutto nel nostro gruppo più ristretto c’è anche quest’altra grossa consapevolezza che è implicita ma forse va esplicitata: che la famiglia in condizioni di mutuo aiuto riesca ad esprimere molta più energia e molta più potenzialità che non da sola. Cioè la famiglia da sola nel nostro contesto sociale è ormai sulla difensiva ed è presa per il collo e soffocata. In un contesto del genere invece riesce ad esprimere maggiore ospitalità, maggior disponibilità, quindi diventa una risorsa anche per il territorio. Questi sono interventi che secondo noi - forse siamo presuntuosi - hanno una valenza positiva, anche economica, per il sociale. Perché, si faceva questo esempio, se noi saremo in grado di tenere i nostri anziani per qualche anno di più in casa e non metterli in un ospizio, questo per la pubblica amministrazione vuol dire soldi. Se qualcuno di noi ha dei problemi di salute - e alcuni di noi ce li hanno già - e c’è una rete di vicinato che fa quadrato e supporto, questo ha una valenza anche economica oltre che sociale. Quindi si diventa attivi sul territorio, non più passivi ricettori ma anche realizzatori di servizi, anche se non istituzionalizzati, questo è evidente.

Fulvia – Infatti l’assessorato provinciale ai servizi sociali ha colto subito questa cosa e ha accettato di darci una mano ad esempio a pagare l’affitto dell’appartamento sociale. Ha voluto mettere “il becco” in una situazione così perché ha colto subito le potenzialità da questo punto di vista.

Luca – Non c’è paragone, anche in termini di bilancio economico, fra una situazione del genere e il dover loro accollarsi tutto quanto.

Lucio – E’ stato detto che in fondo è normale che ci siano delle famiglie che fanno questo tipo di investimento: economico ma che ha un ritorno di tipo direi quasi esclusivamente sociale. Qualche famiglia non ha bisogno di cambiar casa e starebbe bene anche dov’è. L’investimento in pratica è sul fatto di avere attorno delle famiglie che bene o male almeno sulla carta ti garantiscono una sicurezza sociale.

Fabio – E’ sulle relazioni costruttive.

Luca – Io credo che questo sia molto importante perché, sia per chi è di formazione più cattolica, sia per chi è di formazione più laica, toglie da quell’impegno per l’altro concepito come “io che posso aiuto gli altri”. Mette invece in gioco anche se stesso, ovvero: io so che lo sto facendo per gli altri ma anche per me. Cioè è un sano egoismo. Il fatto che: “o tutti o nessuno”, è secondo me un passaggio importante soprattutto oggi.

Io – Come dire che l’unica maniera intelligente di fare i propri interessi è fare gli interessi di tutti.

Luca – Esatto. E anche questo io credo che ci trovi tutti d’accordo. E’ questa logica che, nel momento in cui viene negata, porta al disastro che vediamo della lotta di tutti contro tutti, del “non posso fidarmi di nessuno”, del “non crederò mai a quello che mi dici”. Al doversi garantire in mille modi che poi non funzionano. Tante volte noi ci siam detti: io, quando avrò dei guai, che so, di salute o finanziari, mi fido più di un aiuto che potrò avere da loro che non da un’assicurazione che appena può non mi paga nulla. Quindi credo che alla fine la scoperta di tutti sia un po’ questa. E’ un rischio, certo, perché ogni patto ha un rischio, però alla fine è un rischio inferiore rispetto ai tanti patti fasulli fatti con le banche, con le assicurazioni, con i portoni blindati, che poi alla fine ci portano tutti contro tutti e ci fan stare solo male.

Fulvia – Sinceramente io sono poi anche abbastanza serena su questo perché penso che nessuno di noi abbia fatto delle scelte in base a infatuazioni. Sappiamo tutti benissimo che vivere insieme comporta dei rischi. Non è che io pensi che sarà l’eden, penso che sarà una cosa molto bella uscir di casa e trovare delle facce amiche.

Luca – Si, credo che anche su questo ci sia una coscienza di tutti i partecipanti. Cioè che non c’è un’aspettativa ingenua su queste cose. Ed è importante anche questo.

Fulvia – Ho trovato insopportabile che una persona partecipi a dei percorsi comuni e che si senta tradita vedendoli non come qualcosa di cui essere partecipe ma come se tutti gli altri dovessero creare le condizioni perché lui stesse bene. Nella realtà invece secondo me non è così.

Io – Vorrei fare un’ultima domanda: nella progettazione avete posto l’accento anche su un’altra cosa: l’estetica, i valori estetici. Quanto questo è importante per voi e cosa significa? Cosa significa per voi vivere in un luogo bello?

Fulvia – Io dico sempre che un conto è la semplicità, un conto è lo squallore. Sono due cose diverse. Un posto semplice e bello va benissimo. Un casermone squallido è un altro paio di maniche. Io quando passo sull’autostrada e vedo quelle case terribili alla periferia di Bologna o di Milano mi chiedo: ma come fa uno a crescere e vivere bene lì? Per forza poi si droga. Tu rimandi al bambino che cresce lì un’immagine di sé che fa parte di questo casermone. Come dire che lui non è degno di avere una casa bella. Secondo me ci sono immagini e messaggi che arrivano, no?

Luca – Sì, direi anche che fa parte del comfort, del benessere psicologico, dell’equilibrio psicologico. Direi, pensando un po’ a tutti, che nessuno, dal punto di vista delle finiture, farà scelte particolarmente lussuose, ma tutti penso sceglieranno, nell’ambito del possibile, qualcosa che sia bello. Abbiamo dei limiti ovviamente, sia di portafoglio che dettati dalle condizioni del lotto. A me per esempio, di bello sarebbe piaciuto creare una corte, uno spazio chiuso, invece abbiamo dovuto creare uno spazio lineare. Per esempio, se ci fossero più realtà di questo genere, metterle vicine in un certo modo, creare… io li chiamo luoghi, non spazi. La differenza estetica secondo me sta lì, di percezione. Dal mio punto di vista l’estetica, il bello sono legati al significato: una mia piccola filosofia che riesco ad applicare molto poco nella professione, perché non ho quasi mai una committenza di questo genere. Secondo me una cosa è percepita come bella quando noi ne sappiamo riconoscere il significato. Io faccio sempre questo esempio, anche quando parlo ai ragazzi a scuola: io posso avere in casa l’oggetto più kitsch del mondo, orrendo dal punto di vista estetico ma se quell’oggetto mi ricorda un episodio, una persona, una relazione, io posso dire che da un certo punto di vista è bello, mi fa star bene. E la presunzione che ho in questo caso è che, per il processo partecipato che c’è stato e per la consapevolezza delle scelte fatte, non c’è stato nulla di casuale; quindi non so se poi il risultato sarà bello esteticamente ma che abbia un significato questo sì. Per fare un esempio, non so se il ballatoio sarà bello; cercheremo di farlo bello, nel senso più semplice e superficiale del termine, però so che avrà un significato.

Fulvia – Faremo delle scelte il più possibile uniformi in modo che non ci sia la sensazione del caos ma di una scelta ordinata, funzionale. Mi viene in mente come esempio il mio ufficio: è in un palazzo antico di Fidenza, un palazzo del ’600 in parte ristrutturato e in parte che fra un po’ ci crollerà in testa, con uffici molto ampi, molto alti. Nel mio ufficio siamo in tre, vicino alle pareti io ho un sacco di cose, dà un po’ l’idea del caos, però ci sono molte cose colorate. Entro invece in certi uffici di alcuni miei colleghi e vedo piazzata sulla parete una stampa del tutto casuale, magari ritagliata da un calendario vecchio. A me dà angoscia, non so come dire, perché…

Luca – E’ anonima.

Fulvia – Sì, è molto povero, non si è fatto nessun tipo di investimento su quello spazio, non l’hai letto, non lo vivi, cioè per te è il tuo dovere e basta, stai lì in ufficio quelle ore che ti toccano, punto.

Lucio – Una volta decisi tutti gli aspetti funzionali in assemblea una raccomandazione corale è stata: sì, bene tutto ciò però facciamolo che esteticamente sia carino.

Luca – Sì, prima mi hanno messo tutte le diversità da sistemare, poi mi hanno detto: oh, fallo bello, eh? Sugli aspetti estetici io sono molto debole dal punto di vista professionale. Secondo me però, ripeto, è stato tutto pensato, un po’ per voglia un po’ per obbligo perché nella committenza in questo caso c’è stato un processo di consapevolezza molto profondo sull’abitare. Siamo andati a vedere Klimahouse a Bolzano, poi siamo andati a visitare altre case. Come utenza - adesso parlo come professionista - hanno maturato una consapevolezza estremamente maggiore rispetto alla media delle persone che vengono qua, si siedono e mi dicono: io voglio la casa rustica oppure alla prima seduta mi chiedono: che camino ci starebbe bene secondo lei? Oppure vogliono scegliere le porte e i pavimenti e non si domandano nulla dal punto di vista degli impianti e dell’energia. Qui è stato fatto un percorso completamente diverso, io mi sono trovato con una committenza estremamente più “sofisticata” e quindi messo alla punta. Ho mirato qui al dare significato alle scelte: so argomentare le scelte che ho proposto sulla base delle necessità. Per me questo si lega al significato e per me diventa motivo estetico. Poi può essere condivisibile o meno questo. Può essere chiamato funzionalismo, non so. C’è questo rischio però non credo.

E’ trascorsa un’ora e mezza e la discussione si avvia a concludersi. Mi faccio dire ancora un po’ di cose su alcune scelte tecniche, come quella dei fornelli a induzione per le cucine, poi il discorso scivola verso altre esperienze associative che pongono in primo piano la dimensione solidale e comunitaria. Ci si sofferma su quella di Mondo Comunità e Famiglia. Ed è quest’ultimo discorso che suggerisce le considerazioni conclusive.

Fabio – C’è un’umanità numerosa che non appare ma che ha delle potenzialità grandi per cambiare quello schifìo che invece appare. Non viene percepita ma c’è. Ed è un sacco di gente. Vi ricordate che appena abbiamo buttato lì l’ipotesi c’erano 20 o 25 famiglie? Poi alcune per diverse ragioni non hanno proseguito ma vuol dire che c’è un bisogno, una disponibilità che sono grandi.

Luca - C’è bisogno anche di contagiarsi reciprocamente secondo me. Cioè: tante idee, poi uno parte e partono anche gli altri … ci vuole la tenacia… poi accade che tutti i processi partecipati e dal basso siano lunghi, non c’è niente da fare. Ma ne vale la pena.


Filippo Schillaci

Note
[1] Al convegno L’altro abitare; dal cohousing all’autocostruzione, Firenze, 18 novembre 2010.

Da: Il Cambiamento

5 maggio / 3 giugno 2011

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