Questo non è un gioco

Quando, una dozzina di anni fa, cominciai a occuparmi di quelle cose che oggi chiamiamo Decrescita, non sapevo che questo era, o sarebbe stato, il loro nome, non sapevo che altri se ne occupavano o se ne sarebbero occupati. Intuivo che la specie umana stava trascinando il pianeta su una strada sbagliata e disastrosa, intuivo di vivere in una società malata ma non pensavo di cambiarla. Sapevo che quella strada non era la mia, che vivere una vita preconfezionata da "loro" mi conduceva a una situazione di malessere e che ciò sarebbe stato sempre peggio.

Così cercai di costruire attorno a me le condizioni per ridurre il più possibile la mia dipendenza materiale dal loro mondo. Ancora oggi, questo insieme di attività rivolte alla mia vita personale rappresenta la parte più importante di ciò che faccio per la Decrescita; a conti fatti esse sono quelle che assorbono la maggior parte del mio tempo. Mi si potrà obiettare: ma è una cosa che fai solo per te, non è utile a diffondere l'idea. Non è così. Perché per dire la Decrescita io devo prima fare la Decrescita. In quel bel libro che è La sete Eugenio Vitarelli immagina un Paese arido dominato da una dittatura che del possesso dell'acqua fa il proprio strumento di potere (pensate: era il 1995; libri come Le guerre dell'acqua di Vandana Shiva erano ancora di là da venire).

Un uomo, dotato della facoltà di percepire la presenza dell'acqua, ne scopre una grande riserva naturale sotterranea. Raduna attorno a sé un piccolo drappello di congiurati ed essi discutono se sia meglio prima rivelare la notizia alla gente o prima far sgorgare l'acqua. Decidono per la seconda alternativa: "Prima l'acqua, poi la parola". Prima il fatto, la realizzazione concreta nella vita reale, poi il dire di quel fatto (e di cosa se no?). Ecco, se non avessi fatto, poco e male certamente, con imperizia, lentezza e incompletezza ma comunque fatto, oggi non saprei cosa dire.

Queste riflessioni nascono da una conversazione che ebbi pochi mesi fa con Mario Albano, direttore del parco ecologico del Forte San Jachiddu a Messina. Quel giorno egli iniziò col dirmi che la Decrescita sembra essere percepita molto come argomento di conversazione, occasione di conferenze e simili ma poco come idea da mettere in pratica, appartiene insomma nella mente delle persone più al dire che al fare. Apprezzò poi nel mio libro il fatto che al contrario esso è la testimonianza di un'esperienza reale e fece un parallelo con la loro esperienza all'interno del forte.

Ad alcuni mesi di distanza quelle parole mi sembrano rispecchiare sempre di più una realtà diffusa: da una parte c'è l'idea della Decrescita, suggestiva, gradevole, dall'altra c'è la vita reale, che continua troppo spesso a essere inserita docilmente nell'alveo sempre più forsennato e disgregatore del loro mondo. Perché una cosa sono le belle idee, ma bisogna pur guadagnarsi la pagnotta. A pochi sembra venire in mente che "la pagnotta" può venire anche in altro modo, ad esempio proprio nel modo indicato da quelle strambe idee che ruotano attorno all'ancor più stramba parola Decrescita. E che può perfino essere migliore.

Anche l'attività dei circoli della Decrescita (i pochi, quanto meno, con cui sono venuto in contatto), mi sembra affetta a volte da questa cesura: molte attività sono rivolte a diffondere l'idea della Decrescita all'esterno, come se fossero gli altri a doverla praticare, ma poco, a mio avviso viene fatto per attuare le pratiche della Decrescita nella vita reale dei membri del circolo.

E invece a mio parere la prima attività che un circolo della Decrescita dovrebbe attuare dovrebbe essere proprio rivolta all'interno di se stesso, ovvero al realizzare concretamente, all'interno del gruppo, pratiche di decrescita comunitaria che incidano positivamente sulla vita dei suoi membri affinché vita reale e impegno per la Decrescita non siano due cose distinte. Vorrei arrivare a sostenere che finché le due cose saranno separate mancherà nei suoi membri il movente principale e il circolo sarà, per tutti, anche se inconsciamente, solo un hobby cui dedicare frammenti di tempo "libero". Il circolo in altre parole deve essere prima di qualsiasi altra cosa il luogo in cui costruire le basi per il cambiamento della propria vita. Su queste basi si potrà poi costruire tutto il resto. "Prima l'acqua, poi la parola".

Cosa si debba intendere per pratiche di Decrescita comunitaria non è certamente necessario che sia io a spiegarlo agli altri (considerato oltre tutto che la mia esperienza è rimasta confinata in una dimensione forzatamente individuale): esempi concreti ne sono la creazione di un GAS, una banca del riuso, la produzione in gruppo di pane o pasta fatta in casa, mettersi a disposizione di membri che abbiano bisogno di aiuto, fino alla realizzazione di un orto collettivo, urbano o rurale che sia: tutte cose che ognuno di noi ben sa. Quando il circolo sarà divenuto uno strumento di miglioramento della vita dei suoi membri allora potrà parlare di Decrescita alla gente. E soprattutto, avrà costruito le premesse per la propria stessa solidità e durevolezza.

Molto saggiamente Piero Nigra, autore di un compiuto e lungimirante progetto di società umana alternativa [1], considera come primo passo verso la realizzazione di esso la creazione di una rete di associazioni che svolgano proprio questo tipo di attività, con lo scopo fondamentale di ricostruire il disgregato spirito comunitario. E chi se non i circoli della Decrescita dovrebbe realizzare tutto ciò?
Voglio anche aggiungere che quel di cui stiamo parlando non è un'opzione voluttuaria. Vedo ogni giorno, nella mia vita quotidiana, il loro mondo stringere con sempre più forza le sue tenaglie. E non ho bisogno dei rapporti del WWI per saperlo; lo vedo guardandomi intorno, appena un millimetro al di là della mia isoletta assediata fatta sì, per quanto ho potuto e saputo, di buone, pacifiche pratiche di vita ma circondata dalla furia di un mare in tempesta che cresce ogni giorno di più e, sempre più spesso, straripa al di là dei fragili confini di essa.

Quanto sta accadendo intorno a noi non può e non deve essere oggetto di discussione ma di progetto e realizzazione. Perché il disastro non sarà un evento astratto, un'opera di fantasia letteraria, avrà, sta già avendo, una sanguinolenta concretezza e non sarà qualcun altro a subirlo sulla propria pelle, sarà ognuno di noi, in prima persona. E sta già accadendo anche se, nel generale rimbambimento mediatico, come la rana nella pentola piena d'acqua che lentamente la cuoce, pochi se ne accorgono. Per ora.

Sia chiaro: non cesserò mai di ripetere che la Decrescita non è solo un altro fare, che se ci limitassimo a questo avremmo solo realizzato non un altro mondo bensì una traballante altra versione di questo stesso mondo, non smetterò mai di ripetere che Decrescita è innanzi tutto un altro modo di essere, è un altro modello culturale, ovvero un'altra visione del mondo e della posizione dell'uomo nel mondo, e che un ruolo centrale in ciò ha un evoluto superamento del modello culturale antropocentrico, l'ideologia somma della società della crescita.

Voglio andar ancora più oltre: ci sono aspetti della Decrescita che non possono essere costruiti, non con la mentalità di un'impresa edile. Sono uno stato dello spirito che non ha nulla di materiale, che germoglia dalla parte più profonda di noi; qualcosa che, come ben diceva Terzani, o è dentro di noi o non è in nessun luogo. E dobbiamo dunque guardarci dal rischio opposto alle chiacchiere senza costrutto: quello di ritrovarci, dopo aver fatto, fatto e ancora fatto, ad averne dimenticato il perché.

Ma questo magnifico edificio culturale ed etico nella cui realizzabilità credo fortemente, poggia su fondamenta calate nella componente materiale della nostra vita di tutti i giorni. Proprio su quel fare altro, diverso e leggero da cui dobbiamo iniziare, nella nostra vita concreta di ogni giorno e di ogni momento, se non vogliamo lasciare il mondo così come sta.

Filippo Schillaci

Nota
[1] Piero Nigra, Il sistema federativo

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